ISTANTANEE

Mi piacciono le foto.

Mi fanno guardare le cose da lontano.

Ne ho portate alcune, anche quella che mi ha fatto mamma, tanto tempo fa. Mi ricordo ancora quel giorno: mi aveva lasciato Susi De Angeli, dopo appena mezza giornata di fidanzamento. Credo fosse la seconda o terza elementare. Ricordo che non la smettevo di piangere, anche se adesso non saprei dire il perché; Susi nemmeno mi piaceva.

 Mamma mi aveva fatto una foto di nascosto. Me l’ha data qualche giorno dopo, appena sviluppata. Ho dovuto aspettare molto tempo per comprendere quel gesto. All’epoca, mi aveva solo detto che i momenti brutti sono i più importanti da tutelare, i più importanti a cui volere bene.

“Dimenticherai queste cosacce” diceva, “ma piano piano, pezzettino dopo pezzettino, ti renderanno ciò che sarai domani.”

“E la foto?” chiedevo.

“La foto è molto importante, sai? A volte siamo tristi, e ci sentiamo così giù da credere di aver raggiunto un posto nuovo, uno di quelli senza uscita. Per questo la foto è importante, così ti ricordi come ritrovarla.”

Ho ascoltato mamma, l’ascoltavo sempre. Quando ero triste mi scattavo una foto. Scrivevo sul retro la data e la causa, che fosse un brutto voto preso a scuola o le prese in giro da parte di qualche bambino di cui non ricordo più il viso (sembra che un tale “Giacomo” fosse piuttosto ricorrente).

A dieci anni mamma mi ha regalato una fotocamera istantanea. In un certo senso, è per lei che sono qui adesso. Ho trovato pacchi su pacchi di polaroid nello scantinato di casa, così ho deciso di portarne alcune qui con me. Non ricordavo di aver fotografato così tante foglie. Ne ho trovate solo di autunnali, però. Mi hanno ricordato come sondassi per ore il vialetto di casa alla ricerca della foglia perfetta, una di quelle che si vedono sempre nei cartoni animati. Non sapevo che quelle erano foglie d’acero, e che non sarebbero mai cadute dalle nostre betulle.

Qualche tempo dopo ho scattato la mia prima foto felice. Avevo vinto una gara di matematica indetta dalla mia scuola, o qualcosa del genere. Non l’avevo fatta apposta. Cioè sì, non ho mica premuto il pulsante di scatto per sbaglio. Ma era stato strano, come se qualcosa stesse agendo al posto mio. Ogni tanto ci pensavo, finché non me ne sono reso conto. Ero abituato a fare foto alle foglie, alla mamma, talvolta alle rondini appollaiate sui cavi dell’alta tensione, o a qualche tramonto che puntualmente veniva fuori troppo luminoso o troppo scuro. Non le facevo mai a me, tranne quelle tristi.

Mi era piaciuto. Non riguardavo quasi mai le mie foto (mamma mi aveva detto di aspettare che fossi davvero triste), ma con le foto da felice era diverso. Volevo sempre ricordarmi quanto fossi stato felice il giorno, la settimana, il mese prima. Volevo che quel giorno fosse sempre quello in cui mi svegliavo, e mi impegnavo tanto per riuscirci. Molte foto di quegli anni sono senza data, ma le parole scarabocchiate sotto mi fanno sorridere un po’ ancora oggi, nonostante tutto. “Oggi non piove più”, “oggi ho giocato a casa di Matteo”, “oggi sono felice”.

I bambini vogliono essere felici tutti i giorni, a tutti i costi, e io non ero da meno. Poi sono cresciuto un po’, e i sorrisi hanno cominciato a essere sempre meno larghi, sempre meno luminosi. Ma non smettevo di scattarmi fotografie, non smettevo di sfogliare quelle polaroid ogni mattina, prima di fare colazione. Facevano parte di me, come se quel morboso gesto quotidiano potesse da solo portarmi a essere felice. Avevo smesso di farmi le foto quando ero triste, anche se, in un certo senso, facevo solo quelle.

Così avevo smesso di ascoltare mamma. Lei non l’ha mai saputo. Avevo dimenticato cosa mi avesse detto quella volta, dopo avermi dato quello scatto rubato. Però era così serena, dopo tanto tempo. Era un motivo in più per strappare via quel pezzetto di me, per essere sempre felici, insieme.

Forse è stato meglio così. Alla fine, i ricordi ci ingannano, e se lo fanno anche i sassolini che lasciamo lungo la strada, potremmo anche perderci, finendo per credere alle nostre stesse bugie. Io ricordo di essere stato felice, ma i miei vecchi sorrisi dicono tutt’altro.

In quella del 13 marzo stavo sorridendo. Per lo meno, nella metà che ne rimane. Mi è bastato guardare quelle labbra tese per vedere l’animo spezzato di quel bambino lontano, ormai estraneo. Forse sorridevo all’idea che l’altra metà, quella triste, ce l’aveva mamma, e che l’avrebbe avuta per sempre.

In un’altra scatola ho conservato le foto della mia adolescenza. Anche qui ho trovato le foglie, stavolta verdi, con le nervature piene di linfa vitale. Devo ammettere che qualche scatto non era affatto malaccio, per un ragazzino alla prime armi. In alcune ridevo, in altre ero malinconico. A volte ero addirittura arrabbiato, anche se non ricordo per cosa; non l’avevo scritto. Rivedere quelle istantanee è stata una piccola sorpresa, un susseguirsi di emozioni sempre diverse, sempre nuove, e sempre più distorte. In alcune ero in compagnia, ma non ricordo di chi. Un pennarello scuro nascondeva i nostri volti, lasciando sprofondare quei momenti in un limbo senza tempo. Mi ci è voluto parecchio, ma alla fine ho perso interesse e ho lasciato stare, rispettando quella scelta presa molti anni prima.

Ero tornato agli scatti da solo. Non sorridevo più, non piangevo più. Un giorno, poi un altro, poi un altro ancora. Poi ho quasi smesso. Tra una foto e l’altra passavano settimane, mesi, a volte anni, come se non fossero mai esistiti.

Avevo ripreso a scattarmi le foto quando venni bocciato in quarta. Nonna non si lamentò più di tanto; a lei andava bene che passassi tutti i pomeriggi alla conceria. La paga ero molto bassa, ma almeno riuscii a permettermi la mia prima fotocamera digitale.

Tornare a far sviluppare le foto mi aveva riportato alla mente l’odore della pellicola fotografica. Adesso fotografavo palazzi, auto, strade, alberi, a volte cani. Non ho più trovato foto di me, né di chiunque altro. A volte immagino la macchinetta sospesa nel vuoto, indipendente e solitaria.

Ad alcune persone non piacciono le foto. Le trovano statiche, perse in un non-tempo opalescente. Mute. E hanno ragione. Non sono altro che istantanee di giornate, attimi immobili di cui potresti aver dimenticato il prima e il dopo. Hai solo quell’attimo lì; sta a te ricordare il resto. Ma le foto non servono a questo. Servono a ricordarti chi eri in quel momento, e chi sei adesso. È facile; me l’ha insegnato mamma.

Di lei ricordo tutto, anche se le ho fatto poche foto. Di me, non ricordo poi molto. Forse avrei dovuto continuare a farmi le foto tristi, a ridere oggi dei problemi di ieri. O forse avrei dovuto continuare a sfogliare ogni mattina le foto felici, dimenticando tutto e pensando a un momento e uno soltanto.

 

Ho recuperato la vecchia Polaroid che mi hai regalato, mamma. Sono cinque anni che salgo qui sopra, quando sono molto felice e quando sono molto triste. E quando non sono niente. Ogni volta faccio una foto. Inquadro i palazzi, le strade, le scie degli stop delle auto sottostanti, così piccole da sembrare giocattoli. Se riesco ad aspettare lo sviluppo dello scatto, lo metto in tasca, assieme a quella foto strappata del 13 marzo. La conservo ancora, sai?

Se torno a casa, ci scrivo sopra la data — lo faccio sempre ormai — e solo a casa mi scatto una foto. Sono diventato un gran piagnucolone, sai?

M. Guerbois

18/07/2022